Dopo un viaggio su treno superveloce e non proprio da pellegrino indigente, l'arrivo a Roma e da lì poi ad Anagni, nel tardo pomeriggio. Lo scarico del mezzo avviene con poco sforzo, in una stazione assolata e completamente deserta; più lunga, come sempre, è la liberazione del destriero medesimo dalle pastoie che lo hanno avvinto per diverse ore. Tutto deve essere messo a punto con gran cura per la lunga traversata dal Tirreno all'Adriatico.
Eccolo: lustro, carico d'acqua e bagagli.
Le primissime pedalate conducono nella campagna, tra stradine non trafficate. Pochi chilometri, un semplice antipasto, in cerca del Bed and Breakfast "I Melograni". Non ci sono segnalazioni e si impone perciò una richiesta di informazioni, rivolta al possidente di una notevolissima villa dall' ingresso intimidatorio. Il possidente però non scatena i molossi ed anzi, gentilmente, indica il luogo dove presumibilmente è collocato il bandb. Tra viottoli tracciati nel verde raggiungo la meta.
lettone in metallo blu e pomoli dorati, mobili in legno di fattura antica e soffitto con travi a vista. Sono l'unico ospite e mi sembra di essere a casa mia, anche per i dipinti di ottimo livello, appesi ovunque nella calda magione, affondata nella quiete rurale, ma contemporaneamente vicinissima (non più di 4 km) ai servizi della cittadina. Stefano mi comunica che stasera ad Anagni ci sarà la festa patronale, dedicata a San Magno; rispondo che ci andrò sicuramente, anche perché si avvicina l'ora di cena. Si offre di accompagnarmi in auto, anche al ritorno, perché la strada è in salita, ma soprattutto avrei difficoltà a rintracciare I Melograni, al buio. Approfitto della cortesia e durante il tragitto spiego lo scopo del viaggio, mentre lui mi rivela l'origine di quel gran numero di opere d'arte che adornano la casa. Suo nonno Ennio aveva stretto un forte rapporto d'amicizia con Giovanni Colacicchi, un pittore anagnino di nascita che aveva aderito a Novecento. Nella memoria compare un lontanissimo sentore del nome, avendo fatto una piccola conferenza in febbraio sul "rappel all'ordre" dopo le avanguardie e appunto sulla fondazione di Novecento, con il ritorno alla figuratività tradizionale e alle tematiche classiche. Colacicchi, in effetti, si specializzò in nature morte e paesaggi, di grande forza emotiva devo dire. Meglio di così non potevo capitare.
Lasciato l'anfitrione, che con somma naturalezza mi dice di chiamarlo quando mi è più comodo per ritornare alla galleria/magione, mi addentro in Anagni.
Bei vicoli si aprono ai lati del viale principale, vivacizzato dai preparativi per la festa di San Magno.
Le viuzze di quella che nel medioevo è stata una città pontificia di enorme importanza, mi fanno sentire aria di casa, di Berghem uppertown
E fa anche bella mostra di sé un bed and breakfast dal nome così benaugurante.
Ma è tempo di placare le ansie dello stomaco, che si ingigantiscono a fronte di locali chiusi nei vicoli, ma che non possono passare inosservati.
Sul viale principale una fantasmagorica teoria di archi a tutto sesto, che tutelano tavoli apparecchiati
Ma, un vigile, che sembrava discutere animatamente con un gruppo di persone sul lato della via opposto a quello degli arconi, mi apostrofa con "Che fa lei? Riprende? Ennnò, fanno 30 euro sa". Dopo qualche secondo di panico, l'urbano svela il burlone che è in lui, quindi mi presenta con calore i suoi amici, che altro non sono che i ristoratori della Taverna Del Gallo.
La signora, Francesca, racconta che la sua famiglia sta in quel palazzo da oltre 400 anni, quando un sua avo lo acquistò. Era stato fatto costruire originariamente da un ufficiale francese, o meglio angioino, che si trovava ad Anagni, all'epoca del celebre schiaffo a Bonifacio VIII. Innamoratosi del luogo, decise di fermarsi: per questo motivo il palazzo, ora taverna, si chiamò "del Gallo".
Insomma devo solo accomodarmi: almeno l'arrivo va festeggiato con una cena onorevole, in un contesto storicamente di pregio.
Rigatoni cacio e pepe, seguiti da salsicce alla brace con spinaci ojo e ajo. Innaffiati da un mezzo litro di rosso del Latium.
Riccardo, chef e marito di Francesca, viene anche a sincerarsi che tutto sia di mio gradimento. Se i rigatoni erano da premio, la carne si scioglieva in bocca, speziata al punto giusto, gustosa come di rado capita che sia. Viene infatti da un allevamento vicino ad Anagni, dove tutto è curato in termini campagnoli, non certo industriali. Nessun timore di maiale pazzo: tutto è sanità e buona aria.
Prima di congedarmi vengo a sapere che Francesca era una cicloturista appassionata, ma dopo i due figli ha un po' abbandonato l'attività. Riccardo, invece, mi offre un amaro profumatissimo e mentre lo sorseggio me ne svela i segreti: è estratto da petali di rosa che un amico mette da parte apposta per lui. Al secondo bicchierino che mi mesce, confessa che gli piacerebbe mollare tutto, vendere il palazzo e aprire un ristorante in California. Ormai totalmente ebbro, azzardo che ci sono stato un paio di volte e che San Francisco è una della più belle città del mondo, ma non so se mi hanno creduto o hanno attribuito alle rose alcoliche le mie farneticazioni su insegnamenti di italiano all'estero e cose così.
Mi ricongiungo con l'ospitale Stefano e c'è anche tempo per incrociare sul tratturo che porta ai Melograni una volpe dalla superba coda, messa in fuga dall'auto invadente.

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