sabato 15 novembre 2014

I tappa

19 AGOSTO

ANAGNI-CEPRANO - Mattino


Sono e sonno indisturbato nella campagna laziale. Ottimo carburante per la I tappa pellegrina. 
Ancora più energetica la colazione messa a disposizione dal pacatissimo Stefano: succo di frutta, dolci, marmellata, caffè e the, serviti su un tavolo di legno massiccio e scuro, appartenuto all'ormai celebre nonno Ennio. Mentre sbocconcello nella quiete accogliente dell'ampia sala rustica, Stefano si informa sul significato di via Francigena e sulle tappe che mi accingo a percorrere. Forse segnalerà sul proprio sito che la storica via passa nei pressi della struttura. I viandanti romei di dieci secoli fa avrebbero mai immaginato consimili strumenti? Miracoli dell’avanzamento tecnologico, che si incontrano pacificamente con gli antichissimi splendori, mai sopiti, del Paese delle meraviglie. Sarà però davvero un miracolo se gli splendori riusciranno a sopravvivere, anche per un solo secolo a venire.

Carico il fido destriero che ha riposato al riparo del patio, saluto Stefano e lo ringrazio per la cordialità. In una emersione di pulsioni filologiche credo derivi da cor-cordis. Signore dei Melograni, mantieni sempre vivo l’etimo! Ciao, o vado adesso o mi fermo fino a Natale.

Salita, semplice ma non breve, fino all’arroccata Anagni,: nessuna asperità comunque. In un crescendo di palazzi antichi e di solida austerità, scavallo nella bellissima piazza della cattedrale, completamente vuota, con l’eccezione di due o tre clienti appollaiati a far colazione al bar.
Fascino centro-italico. 
 
La piazza termina, a sud, con una terrazza ariosamente aperta sulla pianura ciociara, mentre il lato nord è un vero tripudio di incastri volumetrici romanici, ma già aperti da archi gotici. 





Un movimento grandioso, per una storia costruttiva che ha attraversato i secoli. Impressionanti le dimensioni delle murature, del resto l’antica Anagnia ha sulle spalle il carico di un passato stupefacente, perché è stata sede papale e detiene il record mondiale delle nascite pontificali. Ben 4 papi sono nati qui! 
Il più celebre è ovviamente il Caetani, Bonifacio VIII. Nella mente del pellegrino cominciano ad oscillare fantasmi evocati dai nomi medievali: il teocrate che ingannò Celestino V, il subdolo che tenne Dante dei mesi a Roma, di fatto costringendolo poi all’esilio perpetuo; cortesia ricambiata dal poeta che nel canto XIX della Commedia ne fa profetizzare da Niccolò III l’imminente arrivo all’inferno, tra i simoniaci, nella “sezione” destinata ai papi, appunto[1]. L’istituzione del primo giubileo della storia nel 1300 (con un movimento di massa di pellegrini alla Città Eterna…); lo scontro con gli acerrimi nemici, i Colonna, uno dei quali in combutta con Filippo il Bello di Francia gli rifilò il celebre schiaffone, proprio qui ad Anagni, nel palazzo che sta a pochi metri dalla piazza della cattedrale. Pare che in realtà non sia mai stato dato; i suoi odierni concittadini, però, non sembrano dar molto peso alla verità storica: davanti allo stesso palazzo Caetani, che oggi è dedicato a Bonifacio VIII, svetta un cartello che in scrittura gotica riporta “Sala dello schiaffo”, ma strepitosa è l’insegna che  sulla via principale, poco oltre la cattedrale, segnala un ristorante dall’aria cool: “Ristorante lo schiaffo”. Chissà l’Alighieri cosa ne avrebbe pensato, dopo aver infilzato i simoniaci nei fori della bolgia, a testa in giù e fino ai polpacci, con le fiamme che bruciano le piante dei piedi: un’immagine grand-guignol, con tanto di pentolone in una grande cucina[2].



 [1] Inferno, canto XIX, vv. 52-56 Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,/se’ tu già costì ritto, Bonifazio? (…) Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio/per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno/ la bella donna, e poi di farne strazio?”
[2]Al verso 79 Niccolò III dice “Ma più è il tempo già che i pié mi cossi”.



Per accedere alla cattedrale si deve oltrepassare la piazza e fare una breve salita che porta al sagrato. La facciata è  cruda, veramente romanico no-frills: tre portali, sormontati da lunette vuote con archetto a tutto sesto, e 5 finestre su diversi livelli. 



Solamente sullo stipite destro del portale maggiore rimangono i rilievi raffiguranti le testine stilizzate di un leone e un toro. 
      
  L’interno inizialmente delude un po’, rispetto al muschiato secolare dell’esterno: il restauro ha levigato in eccesso, levando la patina d’antico ad un edificio che vide succedersi la scomunica di un antipapa, del Barbarossa, di Federico II e Manfredi. Un po’ antitedeschi? E poi canonizzazioni, tra le quali quella di S. Bernardo di Clairvaux e Chiara d’Assisi; addirittura l’accoglimento di un’ambasceria del Gran Khan! Ne accaddero di cose all’ombra degli elementi portanti che si innalzarono nella seconda metà dell’XI secolo e ancora guatano con solennità severa. 
E il pavimento invece no, quello non delude per niente: cosmatesco, originale degli anni Venti del Duecento, tuttora in situ. 
Chissà quanti piedi, calzati e no, di pellegrini hanno calpestato questi fantastici intarsi a spirale, prima delle mie Kalenij blu argentate, euro 60 alla Decathlon.

Il finto bugnato alle pareti, novecentesco, non è proprio una meraviglia, ma la cappella gotica, naturalmente di patronato Caetani e che si apre nella navata sinistra ospita un bel monumento funerario, triplo addirittura. Sopra l’altare trova posto una pala rinascimentale, di squillante cromia.

È però nel cuore sotterraneo della cattedrale di Anagni che pulsa la Grande Bellezza. Gli affreschi della cripta hanno un impatto visivo che a Sorrentino non dispiacerebbe. Le pareti e le volte sono completamente ricoperti da pitture duecentesche. 

Nell’ambiente rettangolare, spartito in tre navate da due file di colonne, con tre absidi sul lato destro, si dispiegano la storia dell’Arca dell’Alleanza[3], figure di santi, profeti e potenti raffigurazioni dell’Apocalisse.




Particolarmente interessanti i 24 vegliardi distribuiti nel catino dell’abside centrale, che stringono l’arpa nella mano sinistra mentre con la destra innalzano al cielo coppe d’oro[4],  poggiando i piedi sulle onde del mare. Proprio al centro, in mandorla circolare, ecco l’Agnello cristologico, con 7 corna sulla testa, simbolo di potere perfetto e 7 occhi[5], che simboleggiano la conoscenza e la provvidenza divina.
Sotto le zampe calpesta il libro dei 7 sigilli, quello dell’intera storia umana che soltanto lui è in grado di aprire e interpretare, dando così un senso al dipanarsi degli eventi. Nella volta che precede lo stesso abside si erge un Cristo apocalittico, con una spada che gli esce dalla bocca: immagine che i pellegrini medievali 

erano in grado di "leggere" molto meglio di noi.
La sua parola è efficace come una spada che colpisce l’ingiustizia [6].









Sulle pareti che fiancheggiano l’apertura dell’abside spiccano i terribili cavalieri dell’Apocalisse. 





[3] Sulle volte centrali della navata di mezzo.
[4] “colme di profumi, che sono le preghiere dei santi”, Ap., 5,8
[5] “simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”, Ap., 5,6.
[6] Già Isaia affermava che la parola del Messia sarà “verga che percuote il violento e il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio”. Isaia, 11,4

Il pellegrino romeo passava da qui, in quanto il suo itinerare era fortemente legato alla devozione dei santi: ad ogni tappa corrispondeva un sito deputato ad accogliere le loro reliquie.  Nella stessa abside centrale, al posto d’onore, è collocato appunto l’altare che contiene le spoglie mortali di San Magno, il cui ricordo si celebra proprio oggi, permettendomi di accedere gratis (concessione semel in anno: oggi appunto) alla cripta.
Le reliquie vennero riscattate da un re saraceno che ne era entrato in possesso molto tempo dopo le persecuzioni subite da Magno all’epoca di Decio e Valeriano: ed ecco a destra raffigurata l’attesa da parte del vescovo, seguito dai fedeli, del feretro del santo che arriva da sinistra, portato a spalle. 

Secondo la lettura di M. Q. Smith[7] esiste un parallelismo tra la traslazione dell’Arca dell’Alleanza e questa relativa a San Magno.

Alla sinistra dell’altare a lui dedicato ce n’è un altro, tutto al femminile: contiene i resti, veneratissimi, di Secondina, convertita e battezzata nella stessa Anagni da Magno, e di due sorelle, Neomisia e Aurelia che fecero il pellegrinaggio a Roma, partendo addirittura dall’Asia Minore! 





[7] M. Q. Smith, Anagni : an example of Medieval typological decoration, Papers of British School at Rome, Londra 1965.

Al lato opposto l’ altare dei santi Sebastiano e Cesario.
Ma nella campatella di fronte all’altare delle sante martiri suscita sorpresa la presenza di due personaggi colti in dialogo: inaspettatamente sono Ippocrate e Galeno, gli iniziatori in Grecia e a Roma della medicina, quindi di una scienza laica, qui messa a confronto e in rapporto con la fede.  


E allora non è fuori posto l’ornamento del pilastro vicino, un diagramma che rappresenta gli elementi fondamentali del cosmo: acqua, aria, terra e fuoco.



Desunto forse dal Timeo di Platone, attraverso la mediazione di un commentatore cristiano. 

Nella volta della campatella compare l’uomo, al centro dell’universo e qui è bene lasciare spazio a Monsignor Ravasi,  per il quale il diagramma vuole rivelare la composizione armonica del mondo mediante l’unione proporzionale degli elementi (…) in questo microcosmo che riassume in una cifra perfetta il cosmo intero, appare l’uomo che è nella sua stessa fisiologia parabola dell’universo: la sua nascita e la sua morte non fanno che rispecchiare l’insonne ciclo della natura dalla primavera all’inverno. Curiosa, liberissima e “laica” ripresa della Genesi (…) sorprendente esempio di attualizzazione della pagina biblica e del suo reiterato e ritmato   tôb “e Dio vide che era cosa bella/buona”[8]




[8] Gianfranco Ravasi, La cripta della Cattedrale di Anagni, una piccola Sistina sotterranea, Edizione d’arte Marconi, 2008



Ravasi ne sai una più del diavolo!!

Ma batte, ormai, la possente torre campanaria il mezzogiorno: esco dagli abissi della cripta, frastornato dalla mini Sistina e salgo sul destriero, poggiato in fedele attesa alla fiancata della cattedrale. Due gocce di pioggia mi intimidiscono, ma sono proprio due di numero. Esco dalle mura della splendida Anagni, degnissima prima tappa del lungo itinerario.
Dal versante opposto rispetto al quale sono salito imbocco una discesa vertiginosa e sento uno scampanellìo alle spalle. Un paio di attempati ciclisti, uno su una sorta di graziellona modificata, l’altro su una vecchia mtb mi gridano, allegrissimi, “’ndo vai?”. Alla mia spiegazione, il più voluminoso ribatte “pure noi annamo ‘n bisci, però facciamo solo gare, viaggi lunghi nun ne abiamo mai fatti”. Il dialogo si svolge a velocità elevata, in discesa, con le facce educatamente, ma pericolosamente rivolte l’uno agli altri. Ci fermiamo e conversiamo di Francigena, che il voluminoso mostra di conoscere assai bene, mentre il compagno, timido e imbarazzato, si limita a sorrisi sdentati. Classico duo da master and servant: uno parla, l’altro assiste e annuisce.
Master mi indica anche dove posso trovare il cartello con l’indicazione della Via e mi fa tanti auguri, perché “mo’ s’è fatta l’ora e ‘nnamo a magnà. Devertiti!!”. Riparto per la discesa, sempre ripida, pensando che sarebbero stati due ottimi compagni di pellegrinaggio. Ed ecco, come predetto dal preciso master, il primo cartello, la cui fattura ribadisce la distanza, non chilometrica ma siderale dal camino di Santiago. 


E con scoramento ancora risento l’abusatissimo “ma noi dobbiamo valorizzare il nostro patrimonio, paesaggistico oltreché culturale: è il nostro petrolio. Riscoprire anche piccole realtà, o i tesori nascosti come gli antichi itinerari”. Eh sì, come no. 

Scendiamo va. A rotta di collo, ancora più che prima e plam, giù per terra la borraccia collocata (ma non ben fissata ancora) sotto la canna; blocco della bici e inseguimento a piedi del prezioso contenitore, inseguito dal latrare infuriato di un cane.
Il quadrupede non cessa l’esibizione adenoidea, nemmeno per il tempo che mi è necessario per risistemare il porta borraccia. Via viaaa, rompicoj…

Terminata la discesona, la segnaletica migliora e si fa più visibile; mi accompagna lungo distese di mais altissimo, alternate ad improvvisi muri di Grammont[9], subito seguiti per fortuna da discese mozzafiato, fiancheggiate da ville sparse, immerse nel verde dove pascolano pecore e capre. Quiete assoluta, silenzio. Si avverte solamente l’ansimare del pellegrino, ostinato a ripercorrere il percorso fatto per il piede, molto meno per il velocipede.



[9] Il Muro di Grammont è una salita-mito, inserita nel Giro delle Fiandre. Un solo km di ascesa, ma stretta e durissima anche per il fondo stradale, pavimentato con sassi tondi.


ANAGNI-CEPRANO Pomeriggio

L'ombra di Celestino V






giovedì 4 settembre 2014

18 AGOSTO. ANAGNI



Dopo un viaggio su treno superveloce e non proprio da pellegrino indigente, l'arrivo a Roma e da lì poi ad Anagni, nel tardo pomeriggio. Lo scarico del mezzo avviene con poco sforzo, in una stazione assolata e completamente deserta; più lunga, come sempre, è la liberazione del destriero medesimo dalle pastoie che lo hanno avvinto per diverse ore. Tutto deve essere messo a punto con gran cura per la lunga traversata dal Tirreno all'Adriatico.


Eccolo: lustro, carico d'acqua e bagagli.









Le primissime pedalate conducono nella campagna, tra stradine non trafficate. Pochi chilometri, un semplice antipasto, in cerca del Bed and Breakfast "I Melograni". Non ci sono segnalazioni e si impone perciò una richiesta di informazioni, rivolta al possidente di una notevolissima villa dall' ingresso intimidatorio. Il possidente però non scatena i molossi ed anzi, gentilmente, indica il luogo dove presumibilmente è collocato il bandb. Tra viottoli tracciati nel verde raggiungo la meta. 
Brilla al sole del meriggio tardo ed è accogliente già a prima vista. Stefano, il proprietario, è cordialissimo e mi mostra la casa e la camera: uno splendore, con i pavimenti in cotto, i lumi in ottone, 



lettone in metallo blu e pomoli dorati, mobili in legno di fattura antica e soffitto con travi a vista. Sono l'unico ospite e mi sembra di essere a casa mia, anche per i dipinti di ottimo livello, appesi ovunque nella calda magione, affondata nella quiete rurale, ma contemporaneamente vicinissima (non più di 4 km) ai servizi della cittadina. Stefano mi comunica che stasera ad Anagni ci sarà la festa patronale, dedicata a San Magno; rispondo che ci andrò sicuramente, anche perché si avvicina l'ora di cena. Si offre di accompagnarmi in auto, anche al ritorno, perché la strada è in salita, ma soprattutto avrei difficoltà a rintracciare I Melograni, al buio. Approfitto della cortesia e durante il tragitto spiego lo scopo del viaggio, mentre lui mi rivela l'origine di quel gran numero di opere d'arte che adornano la casa. Suo nonno Ennio aveva stretto un forte rapporto d'amicizia con Giovanni Colacicchi, un pittore anagnino di nascita che aveva aderito a Novecento. Nella memoria compare un lontanissimo sentore del nome, avendo fatto una piccola conferenza in febbraio sul "rappel all'ordre" dopo le avanguardie e appunto sulla fondazione di Novecento, con il ritorno alla figuratività tradizionale e alle tematiche classiche. Colacicchi, in effetti, si specializzò in nature morte e paesaggi, di grande forza emotiva devo dire. Meglio di così non potevo capitare.
Lasciato l'anfitrione, che con somma naturalezza mi dice di chiamarlo quando mi è più comodo per ritornare alla galleria/magione, mi addentro in Anagni.
Bei vicoli si aprono ai lati del viale principale, vivacizzato dai preparativi per la festa di San Magno.
Le viuzze di quella che nel medioevo è stata una città pontificia di enorme importanza, mi fanno sentire aria di casa, di Berghem uppertown
E fa anche bella mostra di sé un bed and breakfast dal nome così benaugurante.


Ma è tempo di placare le ansie dello stomaco, che si ingigantiscono a fronte di locali chiusi nei vicoli, ma che non possono passare inosservati.


Sul viale principale una fantasmagorica teoria di archi a tutto sesto, che tutelano tavoli apparecchiati

Ma, un vigile, che sembrava discutere animatamente con un gruppo di persone sul lato della via opposto a quello degli arconi, mi apostrofa con "Che fa lei? Riprende? Ennnò, fanno 30 euro sa". Dopo qualche secondo di panico, l'urbano svela il burlone che è in lui, quindi mi presenta con calore i suoi amici, che altro non sono che i ristoratori della Taverna Del Gallo.


La signora, Francesca, racconta che la sua famiglia sta in quel palazzo da oltre 400 anni, quando un sua avo lo acquistò. Era stato fatto costruire originariamente da un ufficiale francese, o meglio angioino, che si trovava ad Anagni, all'epoca del celebre schiaffo a Bonifacio VIII. Innamoratosi del luogo, decise di fermarsi: per questo motivo il palazzo, ora taverna, si chiamò "del Gallo".
Insomma devo solo accomodarmi: almeno l'arrivo va festeggiato con una cena onorevole, in un contesto storicamente di pregio.


Rigatoni cacio e pepe, seguiti da salsicce alla brace con spinaci ojo e ajo. Innaffiati da un mezzo litro di rosso del Latium.
Riccardo, chef e marito di Francesca, viene anche a sincerarsi che tutto sia di mio gradimento. Se i rigatoni erano da premio, la carne si scioglieva in bocca, speziata al punto giusto, gustosa come di rado capita che sia. Viene infatti da un allevamento vicino ad Anagni, dove tutto è curato in termini campagnoli, non certo industriali. Nessun timore di maiale pazzo: tutto è sanità e buona aria.
Prima di congedarmi vengo a sapere che Francesca era una cicloturista appassionata, ma dopo i due figli ha un po' abbandonato l'attività. Riccardo, invece, mi offre un amaro profumatissimo e mentre lo sorseggio me ne svela i segreti: è estratto da petali di rosa che un amico mette da parte apposta per lui. Al secondo bicchierino che mi mesce, confessa che gli piacerebbe mollare tutto, vendere il palazzo e aprire un ristorante in California. Ormai totalmente ebbro, azzardo che ci sono stato un paio di volte e che San Francisco è una della più belle città del mondo, ma non so se mi hanno creduto o hanno attribuito alle rose alcoliche le mie farneticazioni su insegnamenti di italiano all'estero e cose così.

Mi ricongiungo con l'ospitale Stefano e c'è anche tempo per incrociare sul tratturo che porta ai Melograni una volpe dalla superba coda, messa in fuga dall'auto invadente.






lunedì 1 settembre 2014

Nell'estate dell'anno 2013 prende forma il progetto per una serie di conferenze aventi per tema il viaggio. 
Nell'autunno nasce così "Il viaggio fra mito, narrazione e reportage", proposto in 8 incontri, uno dei quali è dedicato al pellegrinaggio medievale.



Tra i temi affrontati spicca quello dei grandi itinera, diretti ai tre principali luoghi della cristianità: Roma, Santiago e Gerusalemme. In particolare il pellegrinaggio sul territorio italico ebbe una fama e un'importanza straordinaria: era la VIA FRANCIGENA, che da Canterbury conduceva a Roma, attraversando per l'Italia le attuali Val d'Aosta, Piemonte, Emilia e Toscana.

Poteva accadere che il pellegrino volesse, o potesse, recarsi a Gerusalemme, una volta toccata la Città Eterna. Passava allora per Lazio e Campania al fine di raggiungere i porti pugliesi d'imbarco per la Terrasanta.

Non si può però parlare di viaggi senza effettuarne e allora ho deciso di ripercorrere le antiche strade di questo ultimo tratto sud della Francigena, da Roma a Bari. Non a piedi, né a dorso di mulo, ma in sella ad una mtb pieghevole recante il nome di uno dei più grandi traversatori di ogni epoca, "Coppi".

Questa è la cronaca degli incontri, dei luoghi, delle vie solcate nel Paese più bello del mondo.