ANAGNI-CEPRANO - Mattino
Sono e sonno indisturbato nella campagna laziale. Ottimo carburante per la I tappa pellegrina.
Ancora più energetica la colazione messa a disposizione dal pacatissimo Stefano: succo di frutta, dolci, marmellata, caffè e the, serviti su un tavolo di legno massiccio e scuro, appartenuto all'ormai celebre nonno Ennio. Mentre sbocconcello nella quiete accogliente dell'ampia sala rustica, Stefano si informa sul significato di via Francigena e sulle tappe che mi accingo a percorrere. Forse segnalerà sul proprio sito che la storica via passa nei pressi della struttura. I viandanti romei di dieci secoli fa avrebbero mai immaginato consimili strumenti? Miracoli dell’avanzamento tecnologico, che si incontrano pacificamente con gli antichissimi splendori, mai sopiti, del Paese delle meraviglie. Sarà però davvero un miracolo se gli splendori riusciranno a sopravvivere, anche per un solo secolo a venire.
Carico il fido destriero che ha riposato al riparo del patio, saluto Stefano e lo ringrazio per la cordialità. In una emersione di pulsioni filologiche credo derivi da cor-cordis. Signore dei Melograni, mantieni sempre vivo l’etimo! Ciao, o vado adesso o mi fermo fino a Natale.
Salita, semplice ma non breve, fino all’arroccata Anagni,: nessuna asperità comunque. In un crescendo di palazzi antichi e di solida austerità, scavallo nella bellissima piazza della cattedrale, completamente vuota, con l’eccezione di due o tre clienti appollaiati a far colazione al bar.
Fascino centro-italico.
La piazza termina, a sud, con una terrazza ariosamente aperta sulla pianura ciociara, mentre il lato nord è un vero tripudio di incastri volumetrici romanici, ma già aperti da archi gotici.
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Un movimento grandioso, per una storia costruttiva che ha attraversato i secoli. Impressionanti le dimensioni delle murature, del resto l’antica Anagnia ha sulle spalle il carico di un passato stupefacente, perché è stata sede papale e detiene il record mondiale delle nascite pontificali. Ben 4 papi sono nati qui!
Il più celebre è ovviamente il Caetani, Bonifacio VIII. Nella mente del pellegrino
cominciano ad oscillare fantasmi evocati dai nomi medievali: il teocrate che
ingannò Celestino V, il subdolo che tenne Dante dei mesi a Roma, di fatto
costringendolo poi all’esilio perpetuo; cortesia ricambiata dal poeta che nel canto
XIX della Commedia ne fa profetizzare da Niccolò III l’imminente arrivo
all’inferno, tra i simoniaci, nella “sezione” destinata ai papi, appunto[1].
L’istituzione del primo giubileo della storia nel 1300 (con un movimento di
massa di pellegrini alla Città Eterna…); lo scontro con gli acerrimi nemici, i
Colonna, uno dei quali in combutta con Filippo il Bello di Francia gli rifilò
il celebre schiaffone, proprio qui ad Anagni, nel palazzo che sta a pochi
metri dalla piazza della cattedrale. Pare che in realtà non sia mai stato dato; i suoi odierni concittadini, però, non sembrano dar molto
peso alla verità storica: davanti allo stesso palazzo Caetani, che oggi è
dedicato a Bonifacio VIII, svetta un cartello che in scrittura gotica
riporta “Sala dello schiaffo”, ma strepitosa è l’insegna che sulla via principale, poco oltre la
cattedrale, segnala un ristorante dall’aria cool: “Ristorante lo schiaffo”. Chissà
l’Alighieri cosa ne avrebbe pensato, dopo aver infilzato i simoniaci nei fori
della bolgia, a testa in giù e fino ai polpacci, con le fiamme che bruciano le
piante dei piedi: un’immagine grand-guignol, con tanto di pentolone in una grande cucina[2].
[1] Inferno, canto XIX, vv. 52-56 Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,/se’ tu già costì ritto, Bonifazio? (…) Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio/per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno/ la bella donna, e poi di farne strazio?”
[2]Al verso 79 Niccolò III
dice “Ma più è il tempo già che i pié mi cossi”.
Per accedere alla cattedrale si deve oltrepassare la piazza e fare una breve salita che porta al sagrato. La facciata è cruda, veramente romanico no-frills: tre portali, sormontati da lunette vuote con archetto a tutto sesto, e 5 finestre su diversi livelli.
Solamente sullo stipite destro del portale maggiore rimangono i rilievi raffiguranti le testine stilizzate di un leone e un toro.
L’interno inizialmente delude un po’, rispetto al muschiato secolare dell’esterno: il restauro ha levigato in eccesso, levando la patina d’antico ad un edificio che vide succedersi la scomunica di un antipapa, del Barbarossa, di Federico II e Manfredi. Un po’ antitedeschi? E poi canonizzazioni, tra le quali quella di S. Bernardo di Clairvaux e Chiara d’Assisi; addirittura l’accoglimento di un’ambasceria del Gran Khan! Ne accaddero di cose all’ombra degli elementi portanti che si innalzarono nella seconda metà dell’XI secolo e ancora guatano con solennità severa.
E il pavimento invece no, quello non delude per niente: cosmatesco, originale degli anni Venti del Duecento, tuttora in situ.
Chissà quanti piedi, calzati e no, di pellegrini hanno calpestato questi fantastici intarsi a spirale, prima delle mie Kalenij blu argentate, euro 60 alla Decathlon.
Il finto bugnato alle pareti, novecentesco, non è proprio una meraviglia, ma la cappella gotica, naturalmente di patronato Caetani e che si apre nella navata sinistra ospita un bel monumento funerario, triplo addirittura. Sopra l’altare trova posto una pala rinascimentale, di squillante cromia.
È però nel cuore sotterraneo della cattedrale di Anagni che pulsa la Grande Bellezza. Gli affreschi della cripta hanno un impatto visivo che a Sorrentino non dispiacerebbe. Le pareti e le volte sono completamente ricoperti da pitture duecentesche.
Nell’ambiente rettangolare, spartito in tre navate da due file di colonne, con tre absidi sul lato destro, si dispiegano la storia dell’Arca dell’Alleanza[3], figure di santi, profeti e potenti
raffigurazioni dell’Apocalisse.
Particolarmente interessanti i 24
vegliardi distribuiti nel catino dell’abside centrale, che stringono l’arpa
nella mano sinistra mentre con la destra innalzano al cielo coppe d’oro[4], poggiando i piedi sulle onde del mare. Proprio
al centro, in mandorla circolare, ecco l’Agnello cristologico, con 7 corna
sulla testa, simbolo di potere perfetto e 7 occhi[5],
che simboleggiano la conoscenza e la provvidenza divina.
Sotto le zampe calpesta il libro dei 7
sigilli, quello dell’intera storia umana che soltanto lui è in grado di aprire
e interpretare, dando così un senso al dipanarsi degli eventi. Nella volta che
precede lo stesso abside si erge un Cristo apocalittico, con una spada che gli
esce dalla bocca: immagine che i pellegrini medievali
erano in grado di "leggere" molto meglio di noi.
Sulle pareti che fiancheggiano l’apertura
dell’abside spiccano i terribili cavalieri dell’Apocalisse.
Il pellegrino romeo passava da qui, in
quanto il suo itinerare era fortemente legato alla devozione dei santi: ad ogni
tappa corrispondeva un sito deputato ad accogliere le loro reliquie. Nella stessa abside centrale, al posto
d’onore, è collocato appunto l’altare che contiene le spoglie mortali di San
Magno, il cui ricordo si celebra proprio oggi, permettendomi di accedere gratis
(concessione semel in anno: oggi appunto) alla cripta.
Le reliquie vennero riscattate da un re
saraceno che ne era entrato in possesso molto tempo dopo le persecuzioni subite
da Magno all’epoca di Decio e Valeriano: ed ecco a destra raffigurata l’attesa da parte del vescovo, seguito dai
fedeli, del feretro del santo che arriva da sinistra, portato a spalle.
Secondo la lettura di M. Q. Smith[7]
esiste un parallelismo tra la traslazione dell’Arca dell’Alleanza e questa
relativa a San Magno.
Alla sinistra dell’altare a lui dedicato
ce n’è un altro, tutto al femminile: contiene i resti, veneratissimi, di
Secondina, convertita e battezzata nella stessa Anagni da Magno, e di due
sorelle, Neomisia e Aurelia che fecero il pellegrinaggio a Roma, partendo
addirittura dall’Asia Minore!
[7] M. Q. Smith, Anagni : an example of Medieval
typological decoration, Papers of
British School at Rome ,
Londra 1965.
Al lato opposto l’ altare dei santi Sebastiano e Cesario.
Ma nella campatella di fronte all’altare delle sante martiri suscita sorpresa la presenza di due personaggi colti in dialogo: inaspettatamente sono Ippocrate e Galeno, gli iniziatori in Grecia e a Roma della medicina, quindi di una scienza laica, qui messa a confronto e in rapporto con la fede.
E allora non è fuori posto l’ornamento del
pilastro vicino, un diagramma che rappresenta gli elementi fondamentali del
cosmo: acqua, aria, terra e fuoco.
Desunto forse dal Timeo di Platone,
attraverso la mediazione di un commentatore cristiano.
Nella volta della
campatella compare l’uomo, al centro dell’universo e qui è bene lasciare spazio
a Monsignor Ravasi, per il quale il diagramma vuole rivelare la composizione
armonica del mondo mediante l’unione proporzionale degli elementi (…) in questo
microcosmo che riassume in una cifra perfetta il cosmo intero, appare l’uomo
che è nella sua stessa fisiologia parabola dell’universo: la sua nascita e la
sua morte non fanno che rispecchiare l’insonne ciclo della natura dalla
primavera all’inverno. Curiosa, liberissima e “laica” ripresa della Genesi (…)
sorprendente esempio di attualizzazione della pagina biblica e del suo
reiterato e ritmato Kȋ tôb “e Dio
vide che era cosa bella/buona”[8].
[8]
Gianfranco Ravasi, La cripta della
Cattedrale di Anagni, una piccola
Sistina sotterranea, Edizione d’arte Marconi, 2008
Ravasi ne sai una più del diavolo!!
Ma batte, ormai, la possente torre
campanaria il mezzogiorno: esco dagli abissi della cripta, frastornato dalla
mini Sistina e salgo sul destriero, poggiato in fedele attesa alla fiancata
della cattedrale. Due gocce di pioggia mi intimidiscono, ma sono proprio due di
numero. Esco dalle mura della splendida Anagni, degnissima prima tappa del
lungo itinerario.
Dal versante opposto rispetto al quale
sono salito imbocco una discesa vertiginosa e sento uno scampanellìo alle
spalle. Un paio di attempati ciclisti, uno su una sorta di graziellona modificata, l’altro su una vecchia mtb mi gridano, allegrissimi, “’ndo vai?”.
Alla mia spiegazione, il più voluminoso ribatte “pure noi annamo ‘n bisci, però
facciamo solo gare, viaggi lunghi nun ne abiamo mai fatti”. Il dialogo si
svolge a velocità elevata, in discesa, con le facce educatamente, ma
pericolosamente rivolte l’uno agli altri. Ci fermiamo e conversiamo di
Francigena, che il voluminoso mostra di conoscere assai bene, mentre il
compagno, timido e imbarazzato, si limita a sorrisi sdentati. Classico duo da
master and servant: uno parla, l’altro assiste e annuisce.
Master mi indica anche dove posso trovare il cartello
con l’indicazione della Via e mi fa tanti auguri, perché “mo’ s’è fatta l’ora e
‘nnamo a magnà. Devertiti!!”. Riparto per la discesa, sempre ripida, pensando
che sarebbero stati due ottimi compagni di pellegrinaggio. Ed ecco, come
predetto dal preciso master, il primo cartello, la cui fattura ribadisce la
distanza, non chilometrica ma siderale dal camino di Santiago.
E con scoramento
ancora risento l’abusatissimo “ma noi dobbiamo valorizzare il nostro
patrimonio, paesaggistico oltreché culturale: è il nostro petrolio. Riscoprire
anche piccole realtà, o i tesori nascosti come gli antichi itinerari”. Eh sì,
come no.
Scendiamo va. A rotta di collo, ancora più che prima e plam, giù per
terra la borraccia collocata (ma non ben fissata ancora) sotto la canna; blocco della bici e inseguimento a piedi del
prezioso contenitore, inseguito dal latrare infuriato di un cane.
Il quadrupede non cessa l’esibizione
adenoidea, nemmeno per il tempo che mi è necessario per risistemare il porta
borraccia. Via viaaa, rompicoj…
Terminata la discesona, la segnaletica migliora
e si fa più visibile; mi accompagna lungo distese di mais altissimo, alternate
ad improvvisi muri di Grammont[9],
subito seguiti per fortuna da discese mozzafiato, fiancheggiate da ville
sparse, immerse nel verde dove pascolano pecore e capre. Quiete assoluta,
silenzio. Si avverte solamente l’ansimare del pellegrino, ostinato a ripercorrere
il percorso fatto per il piede, molto meno per il velocipede.
[9] Il Muro di Grammont è una
salita-mito, inserita nel Giro delle Fiandre. Un solo km di ascesa, ma stretta
e durissima anche per il fondo stradale, pavimentato con sassi tondi.
ANAGNI-CEPRANO Pomeriggio
L'ombra di Celestino V
L'ombra di Celestino V


















